Parliamo di Coaching...

Parliamo di Coaching...

mercoledì 11 settembre 2013

NON lasciate ogni speranza o voi…

Siamo investiti da una nube grigia, da un pessimismo e spesso non ne siamo neanche consapevoli? Attribuiamo a persone o cose esterne la sfiducia verso il futuro?
Oppure, siamo capaci di tirar fuori la “Speranza”? Stiamo lottando per far emergere il bene e il buono in noi e nei contesti in cui viviamo?
La speranza è una virtù, una potenzialità, una ricchezza di inestimabile valore per la nostra vita.
La progettualità, l’approccio cognitivo ed emotivo alle cose che accadono è fortemente influenzato da essa. Se in questo momento ci accorgiamo di averla schiacciata o che probabilmente la conoscevamo prima di questa nube grigia, è il momento di riappropriarcene.
Papa Francesco durante la GMG ha esortato i giovani: “ non lasciatevi rubare la speranza” , ma la speranza non è di pochi eletti o dei giovani, la speranza è di tutti!
Speranza, che deriva dal latino “spes”, è il sentimento di fiduciosa attesa rispetto al futuro, che si realizzi qualcosa che si desidera.
Giovanni Paolo II diceva: “Non c'è speranza senza paura e paura senza speranza”, infatti, nel momento in cui desideriamo qualcosa, la paura che non si realizzi, che non sia possibile, si scatena automaticamente e vi è il rischio che la paura ci schiacci, che le nostre emozioni prendano il sopravvento. Proprio in queste occasioni è il momento di diventare protagonisti del vissuto e delle proprie scelte, governando le emozioni e ricercando soluzioni creative.







La speranza è legata al nostro ottimismo, al positivo che vediamo in noi e attorno a noi, alla visione del futuro, alla “fiducia” che riponiamo negli altri e nelle relazioni.
Luca Stanchieri pioniere in Italia del Coaching Umanistico, attraverso la sua esperienza sul campo ha individuato una relazione tra speranza e autostima, dice che: “l’autostima è una combinazione fra amore, speranza e fiducia nella propria mente. Nasce dall’esperienza e dalla coscienza. Non è un semplice sentirsi bene. È la convinzione profonda che allenando le proprie potenzialità si possono raggiungere traguardi spirituali e concreti straordinari”.

E allora, oggi, cosa possiamo fare per recuperare la nostra speranza?
Fermiamoci e ricominciamo a progettare con creatività, ottimismo e amore.

venerdì 23 agosto 2013

Ma chi te lo fa fare?

Quando sentiamo la fatica nel buttarci in una nuova situazione, quando pensiamo che quello che stanno dicendo è lontanissimo dalla nostra cultura, quando una vocina ci dice "ma chi te lo fa fare?" è possibile che ci stiamo arenando nella nostra zona di comfort. 
Cos'è la zona di comfort?
L'area che contiene tutte le abitudini, i comportamenti quotidiani, i modi di pensare,  le situazioni e le persone che fanno parte della quotidianità. Il conosciuto è rassicurante, ci fa stare a nostro agio, non richiede alcuno sforzo. Il vecchio detto Siciliano, ”megghiu u tintu canusciutu ca u bonu a canusciri” (meglio il cattivo conosciuto che il buono da conoscere), è la convinzione che incita alla conservazione e non all’esplorazione della novità. Tuttavia anche quando ci troviamo davanti a una situazione che non apprezziamo particolarmente, ma che ci tranquillizza e ci rassicura, siamo molto restii a cambiarla.
Allargare o andare oltre la zona di comfort vuol dire andare a esplorare qualcosa di nuovo e sconosciuto.
Quando chiedo ai coachee qual è la strada che percorri da casa a lavoro, immediatamente tutti rispondono con disinvoltura ricordando perfettamente il percorso e ammettono di farlo in automatico pensando ad altro o addirittura facendo altro. Se invece dobbiamo andare in una città sconosciuta, diventa un problema, dobbiamo pensarci, documentarci, valutare e sperimentare prima di conoscere il  percorso.
Quante volte l’idea o la proposta di una “novità” ci blocca perché non rientra nella “calda” e “accogliente” zona di comfort?
Penso a M. che desiderava tanto avere delle relazioni migliori a socializzare di più, ma si sentiva bloccato, mentre correva nel parco non riusciva a salutare un conoscente che frequentava la stessa università, esercizio dopo esercizio, M. è riuscito a rompere con la sua timidezza e aprire dei dialoghi con chiunque incontrasse.
Penso a un gruppo di lavoro incastrato in un metodo di lavoro disorganizzato e con obbiettivi non condivisi, che per pigrizia non si è fermato a pensare nuove strategie….
Penso alla paura di L. di costruirsi un sito e di esporre la propria professionalità…
Penso a O. che quest’anno si è dedicata del tempo per riposare e a più di cinquant’anni è andata in vacanza per la prima volta.
E ancora… cambiare casa, cambiare lavoro, cambiare città, sono degli esempi di situazioni che ci richiedono un’apertura della nostra zona di comfort, di avanzare nella scoperta.
All'interno di essa ci sentiamo confermati nel nostro modo di essere e nelle aspettative che gli altri hanno su di noi. Seppur ci adagiamo in un apparente benessere, a lungo termine questa staticità non permette di crescere. Le abitudini cognitive, emotive e relazionali, non danno spazio all'apprendimento, all'apertura al nuovo, all'incerto, al possibile!
L’esposizione a situazioni nuove, persone nuove, culture diverse dalle nostre ci crea inizialmente incertezza, frustrazione e insicurezza, perchè lo sconosciuto spaventa. Superare quel momento di “stress” (positivo), resistere, saper stare dentro il “nuovo”, porterà dei benefici inestimabili.
Per far sì che lo stress causato dall’uscita dalla zona di comfort non sia elevato da farci rinunciare ad una occasione di crescita, occorre calibrare una uscita progressiva ed esporsi gradualmente a ciò che ci attrae, ma è nuovo, che ci affascina, ma ci spaventa, che ci stimola, ma pare irraggiungibile.

Crescere significa mettersi in gioco e andare oltre sé!

venerdì 26 luglio 2013

Voglia di Vacanza...



Ho bisogno di riposo”….”sono stanca”… “non ho più energie”…“attendo le vacanze con ansia!!!”
Queste sono le frasi più ricorrenti della settimana, dette da chi ho incontrato, ma a volte dette a me stessa!
Perché dopo tanto lavoro e grandi progetti adesso le nostre giornate sembrano schiacciate da questi pensieri? Perché percepiamo le giornate come interminabili?
Il nostro serbatoio energetico lampeggia!
Come tutti i buoni allenamenti sportivi è necessario il “tempo di recupero”, un intervallo di tempo per far rilassare i muscoli, i 3 minuti di riposo dopo un esercizio di bodybuilding o un giorno di riposo dopo una partita molto impegnativa.
Il “tempo di recupero” è quella pausa che intercorre tra un’attività e l’altra o tra i vari esercizi. Il riposo rappresenta una grandissima risorsa nel processo di allenamento. Dopo il “carico”, vi è una diminuzione transitoria della capacità di prestazione, attraverso il recupero si verifica una risalita delle capacità a un livello superiore rispetto a quello di partenza.
Ma cosa significa questo per la nostra mente? Come si fa?
Nel life coaching è necessaria una fase di recupero e nello specifico è caratterizzata dalla cura di sé.
Prendersi cura di sé permette la rigenerazione delle energie psico-fisiche, ciò implica non soltanto il riposo fisico, necessario perchè il corpo non è scisso dalla mente, ma svolgere attività che determinano emozioni e pensieri positivi.
Le attività da scegliere sono dalle più varie, dipendono dalla persona, si può dedicare del tempo a passeggiate in montagna, incontrare degli amici, fare uno sport che appassiona, stare sotto il sole con la brezza del mare che accarezza, giocare con i figli, ecc…

Il “tempo di recupero” è parte integrante dell’allenamento, possiamo dunque modificare il piano d’azione aumentando il tempo di recupero e diminuendo il tempo di allenamento al fine di ricostituire le riserve energetiche che saranno pronte per essere utilizzate nella successiva sessione di allenamento.
Il “tempo di recupero” e/o di cura di sé ha una caratteristica trasversale a tutti gli esseri umani: il sonno. Dormire rigenera!
Tuttavia ci sono anche altri elementi che cambiano in modo soggettivo, la domanda quindi è: come ti prendi cura di te?

Attenzione: quando si va in vacanza sarebbe meglio non passare in modo repentino da un'attività altamente stimolante o stressante al completo riposo, questo potrebbe portare ad un fisiologico abbassamento dell’umore, a una sensazione di vuoto. L’umore depresso in questo caso è uno stato transitorio dovuto al passaggio da una vita frenetica al riposo totale. Quindi, sarebbe auspicabile un passaggio graduale con delle attività piacevoli come quelle sportive.

Dopo un meritato “tempo di recupero” saremo rigenerati e pronti a vivere le sfide di ogni giorno, realizzare grandi obbiettivi, ma soprattutto godere delle sorprese del percorso!



venerdì 5 luglio 2013

Gratitudine


Nell'ultima settimana quante volte hai ringraziato profondamente qualcuno?
Questa mattina hai ringraziato per il nuovo giorno?
Presi dalla frenesia dimentichiamo il presente e le meraviglie che viviamo, solo nel momento in cui forse rischiamo di perderle o le perdiamo ci rendiamo conto di quanto erano importanti.
Ma dobbiamo aspettare momenti estremi?
La gratitudine è la potenzialità relazionale di sentirsi grati per aver ricevuto un dono.
Martin E.P. Seligman suggerisce la “visita di gratitudine”, un esercizio per aumentare il nostro benessere:  pensa a una persona che è stata particolarmente importante per te, che ha segnato positivamente la tua vita, che porterai dentro di te per sempre. Fatto? Adesso prova a scrivergli una lettera in cui spieghi le motivazioni per cui gli sei grato. E poi? Consegna di persona questa lettera, oppure, inviala se il destinatario è troppo distante.

Potrei preannunciarti alcuni degli effetti che l’esercizio produce, ma è più efficace sperimentare l’esperienza.
Sicuramente ci sono degli elementi sui quali possiamo riflettere: la felicità che nasce da questa azione non è data da semplici emozioni positive (che di per sé fanno piacere), ma dal senso e dal significato che la relazione ha per noi, dal tipo di coinvolgimento che abbiamo in quella esperienza.
La gratitudine è una potenzialità relazionale che appartiene alla virtù della trascendenza, è il riconoscimento dell’eccellenza altrui nella sfera morale, evoca un senso di meraviglia, di riconoscenza e apprezzamento per la vita stessa. L’atteggiamento di gratitudine è uno stato mentale selettivamente attento agli aspetti positivi e ai piccoli eventi quotidiani come una gentilezza, un sorriso, un suono piacevole, uno scorcio paesaggistico bello.
L’atteggiamento di gratitudine conduce l’attenzione verso infinite nuove possibilità e facilita la capacità creativa; dà forma a pensieri positivi.

Buon allenamento!